Andy, ex Bluvertigo, racconta il progetto Fluon: ‘una strada nuova, sempre estremamente creativa’

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Andy insieme al fotografo di Cube Magazine Vincenzo Nicolello

Andrea Fumagalli, o Andy come è universalmente conosciuto, è un artista poliedrico. In molti lo ricordano tra i quattro membri dei Bluvertigo, a fianco di Morgan, Livio Magnini e Sergio Carnevale. Poi quell’esperienza si è interrotta (anche se mai ufficialmente conclusa) e per il tastierista, sassofonista e voce del gruppo si sono aperte le porte di altre attività artistiche, sia nell’ambito musicale sia in quello pittorico. Ma oggi non vogliamo parlarvi “tout court” di lui, semmai di quella nuova creatura di cui fa parte da qualche anno: i Fluon. Il gruppo musicale pop elettronico, proprio in questi giorni, ha pubblicato il primo disco ‘Futura Resistenza’. Andy si è sottoposto alle nostre domande e con molta cortesia ci ha raccontato di questa nuova fase della sua carriera.

Andy, parliamo del progetto Fluon. Come è nato?
«E’ nato da una coincidenza di persone preziose, che si sono ritrovate, per varie vicende, a parlare insieme. Siamo partiti nel 2011 e nel giro di due anni abbiamo sviluppato una voglia progettuale di continuare in questa città fantasma che è la discografia, nel segno dell’indipendenza. In questo ambito abbiamo deciso di applicare idee del passato, quali la mia esperienza e il mio pedegree maturato in seno ai Bluvertigo, e cercare di applicarle in maniera più autonoma. Siamo quattro persone completamente diverse, ognuno con il proprio background e con le proprie idee. Mi piace definire i Fluon come un gruppo di persone semplici che fanno cose speciali. Io faccio il cantante e il performer. Luca Urbani, ex componente dei Soerba scrive i testi, Fabio Mittino suona e Fabrizio Faber Grigolo, mio socio da sempre, cura la logistica, gli arrangiamenti per ciò che riguarda l’electro e i remix.»

Per te che già provenivi da un’esperienza di band come i Bluvertigo ed avevi un’affermata attività da solista, è stata un’esigenza o una nuova sfida?
«Fare il dj è un modo di mettere insieme i miei format. Il gruppo è stato una possibilità di provare a diventare un frontman, cantando e animando il palco. E’ un occasione per capire il mio potenziale. Se trovi dei complici efficaci la cosa può riuscire. Ma non è una sfida. Io non ho da dimostrare niente a nessuno e nemmeno a me stesso.»

Il nuovo disco ‘Futura Resistenza’ è uscito grazie al sempre più diffuso concetto del found raising. Quanto è difficile oggi trovare qualche etichetta disposta a investire sulla musica?
«L’album è stato realizzato grazie alle offerte dei nostri fan. Abbiamo fatto un’operazione di “crowd founding” che ci ha consentito di raccogliere i soldi, andare in studio a registrare, pagare l’ufficio stampa e avere anche una confezione di grande qualità. Ogni singolo disco, anche a causa dell’esiguo numero di copie, ci costa oltre tre euro: una cifra che qualunque discografico della vecchia guardia avrebbe rifiutato di pagare. L’importante è che il nostro prodotto sia un feticcio di culto. In mancanza dei vinili abbiamo comunque cercato di offrire ai nostri fan un qualcosa di davvero curato.»

Vi aspettavate un’adesione così convinta da parte dei fan, qual’è stato l’acquisto più bizzarro tra quelli proposti nel raising?
«Con mia grande sorpresa la gente ha reagito benissimo: siamo riusciti a raggiungere e superare il budget previsto. Tra le proposte figura un’edizione limitata che comprende uno delle 100 tessere di un dipinto che ho realizzato e dedicato ai Fluon. Bene questa serie è praticamente andata esaurita. L’idea bizzarra è stata la mia, ma non è stata venduta. Si tratta della ‘pattinata con Andy’. Io sono stato un istruttore di pattinaggio e per presentare la mia idea sono andato su uno sterrato in collina. Forse la comunicazione è stata bislacca e la gente ha pensato che avessi intenzione di portarla a pattinare sulla terra. Per il resto è stata molto bella la partecipazione al video. Abbiamo invitato i sottoscrittori in studio. Per loro ho cucinato chili di pollo al masala. Si è creata una vera e propria comunità di persone partecipi del progetto Fluon. In poche parole si è creata una comunicazione sincera con i nostri sostenitori anche a livello mediatico.»

La produzione è estremamente raffinata già a partire dal pakaging chi ha collaborato nella realizzazione?
«Ognuno ha avuto il suo spazio progettuale. Fabio Mittino, chitarrista di rara scuola, si è occupato di sviluppare il suono. Lui è stato allievo della scuola Guitar Craft diretta da Robert Fripp. Ha una concezione armonica e complessa. Faber ha curato il pakaging che è di grandissima qualità. Luca, ovviamente ha scritto i testi. Io mi sto occupando della promozione a livello radiofonico, proponendo un’operazione porta a porta, modello Nino D’Angelo. Non ho mandato il disco alle radio sperando che ce lo presentassero, ma ho chiamato direttamente le mie conoscenze del passato, quali per esempio Mixo che mi aspetta a Roma, che mi/ci permetteranno di divulgare il nostro progetto.»

10 tracce in cui trionfa l’elettro-pop e la dance. Un solo brano non ha la voce effettata, Buio. Come mai la presenza di Fabio con la chitarra e la tua voce sicuramente bella non vi ha indirizzato a scelte più classiche?
«Perché ci piace sviluppare qualcosa che per noi è nuovo. Invece di creare un gruppo classico con chitarra, basso e batteria, creandoci problemi di logistica, suoniamo tramite le macchine. Ognuno fa le sue performance personali, ma siamo tutti comandati da un cervello centrale. Ci sembra una cosa più creativa e stimolante. Piuttosto che stare incollati tutto il giorno ad uno smartphone, preferiamo utilizzare il tempo nello sviluppo di nuove tecnologie. Intendiamoci non sono idee nuove. I Depeche Mode, i Kraftwerk, i Front 242 hanno sviluppato il loro suono con le macchine. Paradossalmente i Depeche sono partiti con le macchine aggiungendo via via gli strumenti veri. Nel caso di ‘Buio’, è come se avessimo suonato il pezzo nel corso di un black out. La mia voce è pulita, la chitarra sembra quasi un arpeggio di clavicembalo. Era un modo particolare di dare la buona notte e chiudere l’album. Attualmente stiamo realizzando alcuni brani dell’album unplugged e usiamo mezzi stranissimi per simulare gli effetti elettronici. Io per esempio per avere la voce effettata e distorta uso un bicchiere di carta bucato. Faber usa un Casio a pile. Insomma una strada nuova, sempre estremamente creativa.»

I brani della tracklist sono in qualche modo legati tra di loro?
«Sono il manifesto di ciò che ci è venuto in mente. Abbiamo sviluppato in modo naturale i brani. Io per esempio mi sono limitato a cantare, disinteressandomi completamente della post produzione. Mi spiego meglio. Non è che me ne sia fregato, mi sono limitato a delegare a Faber la post produzione. Lui è uno molto preciso e, insieme a Luigi Marzola, che è un fonico straordinario con una ripartizione dei piani sonori ed un modus operandi tutto suo hanno fatto tutto il lavoro. Non ho voluto interferire e francamente è stata una cosa bellissima. Un tempo, quando lavoravo nei Bluvertigo, dopo un anno in studio, un sacco di pugnette e milioni spesi ancora non si sa per cosa, uscivo dal mastering e non ne potevo più. Non avevo voglia di ascoltare il disco. Anche la promozione con i miei soci diventava pesante. Ora lavorando in semplicità, ho voglia di stare ancora con i miei compagni. Ci stiamo scoprendo giorno per giorno, c’è grande entusiasmo. Mi sento più fresco oggi che ai tempi di ‘Acidi e basi’ (primo disco del Bluvertigo 1995 ndr), quindi fai un po’ tu…»

Qual è il motivo della scelta dell’italiano nella stesura dei testi?
«La prima fase dei Fluon era partita con ‘Naked’,  lavoro scritto in inglese e mai uscito su cd. Quei brani sono stati portati dal vivo, quando la band ha mosso i primi passi. Poi Luca e Fabio hanno elaborato questa nuova idea: un sistema di parole e suoni da cui via via togliere il superfluo e questo mi piace molto. L’italiano non è certamente un’esigenza, anzi è oggetto di discussione quando ci confrontiamo.»

Live: dopo il lavoro in sala di incisione, affronterete un tour? Come articolerete il vostro spettacolo?
«La nostra idea è di proporre dal vivo questo il nostro modo di intendere la musica. Quindi performance e video proiezioni comandati da una macchina. Al momento le nostre possibilità sono ridotte. C’è una progettazione particolare. Ci saranno tre postazioni che si chiuderanno in altrettanti bauli. Saranno una sorta di trasformers ideati da Faber, che è un grande appassionato di cultura giapponese e dei manga. Dapprima faremo i prototipi in cartone e poi realizzeremo i modelli definitivi. Sarà tutto fatto in casa con grande passione.»

Concludiamo con due domande filosofiche. In generale come vedi la musica italiana, rapper a parte, cosa vedi nel futuro di davvero interessante?
«A mio parere in Italia ci sono personaggi straordinari e dei talenti totali. Penso a Tao, a Lele Battista, Diego Mancino. Tutti artisti a loro modo eccezionali. Ognuno lavora con la consapevolezza che la musica gli può dare molto. Diego, per esempio, non può essere una rockstar, però sarà a Sanremo con due brani scritti per Cristiano De André e Noemi. Purtroppo la discografia attuale, che oggi è succube della televisione e sorda ad ascoltare gli inediti, ha creato una tabula rasa. Le sale prove sono affollatissime  ma emergere è diventato impossibile. Si è creato un mondo saturo e stanco. Meglio avere orizzonti più modesti e lavorare nel mondo indipendente.»

Quindi la colpa è la poca voglia di scommettere sul nuovo?
«Il problema di base è che c’è troppa proposta e poca richiesta. Tutti fanno i musicisti. C’è una tale saturazione che ormai l’ascolto di un brano si limita ad un click di un minuto. Io se voglio ascoltare qualcosa, mi piace seguire il rituale di andare in negozio e comperarmi il disco. Il talento confezionato facendogli interpretare brani che sono stati portati al successo da altri ha portato ad un inaridimento. Quei pochi che riescono ad emergere fanno già parte di una discografia defunta, perché sono partiti pensando a fare i commercialisti, prima ancora di avere un progetto artistico. Io credo molto di più nella gavetta, come feci un tempo con i Bluvertigo e come faccio oggi con i Fluon. Lavorare nel piccolo, sbattersi e portare in giro il proprio verbo. Purtroppo non esistono più case come la Creams, la Mute, la Island, la Motown che hanno creduto nella musica e nelle emozioni che sa regalare. Gente come Chris Blackwell che ascoltava la musica per passione e non come imprenditore, purtroppo oggi non ce n’è più.»

Ringraziamo Andy per la cortese disponibilità

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