Cinestory: ‘Full Metal Jacket’

Prosegue, come ogni sabato, il consueto appuntamento con la nostra rubrica ‘Cinestory’.
Oggi ci occupiamo di ‘Full Metal Jacket’, ennesimo capolavoro del regista Stanley Kubrik, che sconvolse letteralmente l’opinione pubblica per via dei suoi contenuti diretti e cruenti, ma che ben rappresentano la disumanizzazione dell’individuo nelle situazioni di guerra, quell’abitudine ed assuefazione verso la morte che rende disumani i suoi protagonisti, che perdono la loro identità nel gruppo.

TITOLO: Full Metal Jacket
ATTORI: Matthew Modine, Ronald Lee Ermey, Adam Baldwin, Vincent D’Onofrio, Arliss Howard, Peter Edmund, Dorian Harewood
REGIA: Stanley Kubrick
ANNO: 1987

La trama di questo film è liberamente ispirata al romanzo ‘The Short-Timers’ di Gustav Hasford, un ex marine che ha vissuto sulla propria pelle la guerra del Vietnam e che ha collaborato attivamente alla stesura della sceneggiature della pellicola. Il film è essenzialmente diviso in due capitoli: uno – iniziale – che riguarda l’addestramento delle reclute ed uno che racconta la vita dei Marines in guerra.
Durante l’addestramento conosciamo la figura del Sergente Hartman, un uomo senza scrupoli che ha come unico obiettivo quello di trasformare dei normali ragazzi di provincia in macchine per la morte, a suon di insulti, punizioni e violenze, affibbiando loro dei soprannomi spesso denigratori.
La situazione appare allo spettatore sin da subito così surreale, ma i personaggi, forse intimoriti dai modi bruschi del Sergente Hartman, sembrano non accorgersene. L’unico è Leonard ‘Palla di Lardo’ Lawrence, che si rende conto di aver superato l’addestramento, ma a discapito della sua salute mentale: beccato dal Sergente mentre recita il ‘Credo del Fuciliere’ ad alta voce, imbracciando il suo fucile caricato con pallottole FMJ (Full Metal Jacket, appunto, da cui deriva il titolo del film), riceve degli ulteriori insulti dal suo superiore. Questo crea una reazione nella recluta, che spara una pallottola dritta al cuore di Hartman, uccedendolo. Resosi conto di essere diventato un assassino, ‘Palla di Lardo’ si suicida sparandosi in bocca, davanti ad un attonito Joker.
La scena si sposta poi al fronte, il protagonista di questa fetta di storia è Joker, che insieme ad altri marines, profondamente toccati dall’esperienza bellica, si trova ad affrontare gli orrori della guerra. Molti dei suoi compagni, tra cui il suo miglior amico Cowboy, verranno trucidati da un cecchino che si rivelerà poi essere una giovane ragazza vietnamita. Quando Joker si ritrova faccia a faccia con la donna, il soldato sembra ritrovare un po’ di umanità, abbandonando i sentimenti di vendetta e finendola con un unico colpo alla testa. La pellicola termina con la scena in cui Joker ed alcuni commilitoni si allontanano dalla città in fiamme intonando la Marcia di Topolino.

Come fu per altri film di Kubrick, come ‘Shining’ e ‘Arancia Meccanica’, anche in questa pellicola, protagonista incontrastata è la malignità degli esseri umani, messa a nudo davanti alla violenza della guerra, che appare più che mai irrazionale ed ingiustificata, ma così morbosamente realistica. Grande importanza in tutto questo, hanno i dialoghi tra i personaggi, che seppur restando dei semi sconosciuti per lo spettatore, sono così forti da sconvolgere le menti di chi osserva. Perché Kubrick è maestro nell’arte dello sconvolgere, senza mai ripetersi.
Come in altri suoi film, non sono i luoghi “fisici” le ambientazioni di Kubrick, ma i luoghi più reconditi dell’inconscio umano che vengono a galla ogniqualvolta si presenta una situazione estrema, come – in questo caso – può essere la guerra.
Importante è considerare la figura del Sergente Hartman, l’istruttore sboccato, senza scrupoli, di cui rieccheggiano le urla per tutti i primi 40 minuti di film, simbolo delle menti manipolatrici, del potere che necessita di alzare la voce per far valere la sua supremazia sul singolo, una figura che ricorda in qualche modo la guardia carceraria di ‘Arancia Meccanica’.
Sono tutti personaggi apparentemente senza sentimenti, non vi è umanità dietro ai loro gesti, ai loro dialoghi, sono semplicemente delle macchine di morte.
Diversamente agli altri film di guerra, all’interno non è presente uno “scontro tra culture”, ma vi è solo una cultura, quella americana, capace di sterminare un popolo e di tornare a casa felice e contento, cantando le canzoni di Topolino. Quindi, più che un film di guerra, in questo caso possiamo dire che è una pellicola che viaggia all’interno della natura umana, in tutto il suo lato più violento, crudele e devastante.

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