Intervista a Josh Brolin, protagonista di ‘Oldboy’, oggi al cinema

Josh Brolin in una scena del film

‘Oldboy’ è un thriller provocatorio e viscerale che racconta la storia di Joe Doucett, un uomo che senza alcuna ragione apparente, viene improvvisamente rapito e tenuto in ostaggio in completo isolamento, per vent’ anni. Al momento del suo rilascio inaspettato, e senza alcuna spiegazione, inizia una missione ossessiva per scoprire chi lo ha imprigionato, anche se quel che emergerà è che il vero mistero è il motivo della sua liberazione.
‘OldBoy’ è diretto da Spike Lee, da una sceneggiatura di Mark Protosevich. Il film esce oggi – 5 Dicembre – nei cinema di tutta Italia, ma noi di Cube Magazine abbiamo avuto occasione di partecipare alla sua anteprima (QUI la recensione) alla quale abbiamo incontrato l’attore Josh Brolin che ci ha parlato del suo ruolo nella pellicola. Ecco cosa ci ha raccontato..

D: Ciao Josh, precedentemente hai parlato di come ti sei preparato al ruolo, hai citato sei stadi della sofferenza, del fatto che dobbiamo sentirci responsabili delle nostre azioni. Parlaci del personaggio di Joe Doucett e di come si rassegna alla prigionia…
Josh Brolin: “Non so chi sia Joe Doucett, non so se Joe Doucett sappia chi sia, ed in effetti è questo il punto del film. Appare come un tipo molto egocentrico, ed è imprigionato per confrontarsi con sè stesso, non è rilasciato finchè qualcuno non decide di farlo, ma solo quando si è pienamente confrontato con sè stesso. Penso che quando ti danno uno specchio e non puoi smettere di guardarlo, ci sono tante strane cose che si manifestano, tutta la rabbia, il risentimento, la vergogna, tutte queste cose, la sua malattia, la solitudine ed alla fine trova una via di fuga nella sua testa e poi neanche quello funziona più. Quindi passa attraverso tutta una serie di emozioni, ed è questo che per me è interessante. Ricordo quando sono andato in prigione per confrontarmi con alcune persone, ed erano lì per aver clonato una carta di credito o per aver fatto tre scioperi, e questa gente si fa vent’anni di galera… Come fai ad adattarti ad un cambiamento simile? Com’è possibile? Questo mi ha fatto capire molto. E’ strano, ma molto interessante per me”.

D: Hai lavorato con un grande cast. Come avete creato l’alchimia?
JB: “Non crei un’alchimia, puoi fingerla. Puoi comportarti come se qualcuno ti piacesse, ma quando l’alchimia è naturale è tutto più facile. Con Elizabeth c’era sicuramente, mi sarebbe piaciuto andare più in profondità, se il film fosse durato trenta minuti in più, affrontare meglio la relazione tra i nostri personaggi, solo perchè mi è piaciuta molto, è un’attrice fenomenale, che rispetto molto, specialmente per la sua età. Ha una profondità emozionale che non so come riesce a creare. Sharlto ha fatto qualcosa di molto estremo che credo sia fantastico come camminare sul filo di un rasoio. Rispetto molto tutte le persone coinvolte.

D: La tua intensità e credibilità nel film colpiscono. Sei riuscito ad uscire dal personaggio con facilità?
JB: “Non vedevo l’ora di uscirne! Questo è il punto. Certa gente vuole rimanere nel personaggio e lo apprezzo, ma altre persone come me cercano di mantenere la maggiore distanza possibile, mi sento come se mi tuffassi in qualcosa che poi ti colpisce forte, quindi se esco fuori dal personaggio o qualsiasi cosa sia, concettualmente ho un’idea di cosa voglio essere e fare, ma quando ci sono dentro sono lì chiuso e sento che il regista dice ‘Pronti e..’e penso ‘Adesso che faccio?’ e mi immergo nel personaggio, sperando di essere il più autentico possibile, anche se sembra imbarazzante, quindi cerco di divertirmi e sono tanto influenzato come attore dalla storia, quanto spero lo sia la gente guardando il film”.

D: Come è stato lavorare con Spike Lee a questo progetto?
JB: “Penso, solo perchè ci piacciono le cose estreme, a livello comportamentale, è la cosa più pazza che potessimo fare insieme. Lo adoro e adoro gli estremi della sua personalità, e penso sia lo stesso per lui, non vedevamo l’ora di lavorare insieme, avrebbe potuto essere la storia di Topolino, ma è stato questo alla fine. Sai, semplicemente sembrava la cosa giusta da fare, quando ci è stato presentato ci siamo visti ed abbiamo discusso su quale ruolo potessi avere e c’è sembrata la scelta giusta”.

D: Hai parlato di quanto ti sei divertito sul set, ma c’è stata una scena particolarmente difficile per te?
JB: “Tutto è stato difficile, in modi molto diversi, non voglio generalizzare ma, la scena al motel è stata molto complicata perchè mi sono dovuto esporre fisicamente e psicologicamente, e per me è stata una cosa in parte nuova, e Spike ha messo una certa musica a tutto volume e così mi sono lasciato andare, il che è molto snervante perchè c’è una crew e tu ti senti un cretino e non ti rendi conto se stai facendo bene o male, perchè sei su un altro pianeta. Fisicamente la battaglia è stata molto impegnativa per me, e non scherzo se dico che ne sento ancora gli effetti, ho ancora dei muscoli che non si sono ripresi, ed è passato un anno, quindi volevo farlo, soprattutto per Spike”.

D: Come ti sei allenato per diventare una “macchina da guerra”?
JB: “Mi alzavo prestissimo, ero preso dal panico, perchè avevo smesso di fumare, perchè non potevo farlo proprio. Quindi non sono mai stato tanto in forma ed in salute, era l’unico modo per me, uno di 44 anni che vuole fare il 25enne. E’ stupido”.

D: Come è stato filmare queste scene di battaglia?
JB: “Anche se so che è esagerato combattere 35 ragazzi, posso dirti che la battaglia è stata lunga abbastanza per permettere ai ragazzi che ho sconfitto all’inizio di uscire, cambiarsi ed interpretare i ragazzi dell’ultimo livello. Quindi, quando me ne sono reso conto, ho pensato ‘Ma che ci faccio io qui?’. E’ lunga, ma non so se è stata tagliata nel film, perchè non l’ho vista, ma è molto lunga e qualcosa che all’inizio non sapevo veramente se potevo riuscire a fare, pensavo di aver bisogno della controfigura. Ma alla fine ce l’ho fatta”.

D: Se tu fossi imprigionato per 20 anni, quale sarebbe la prima cosa che faresti, una volta libero?
JB: “Non lo so. Ho sentito una bella storia di Damien Echols con cui ho parlato, un uomo che è stato in isolamento per 19 anni e la prima cosa che ha fatto quando è uscito è stato toccare l’erba e piangere. Quindi, un’esperienza molto visiva che ha portato a questo, quando prendo l’erba e me la metto in faccia, una sua diretta influenza, il mio tributo a lui”.

Un ringraziamento a Josh Brolin ed Universal Pictures.

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