Intervista a Massimo Cotto: ‘Vi Porto nel mio Chelsea Hotel’

Massimo Cotto è uno di quei personaggi che non smetteresti mai di stare ad ascoltare. La sua voce alla radio (Rai, Capital, Virgin ed altre ancora) ha sempre ottenuto grandi indici di ascolto, vuoi per i suoi gusti musicali, vuoi per la grande capacità di saper raccontare.

L’abbiamo incontrato sul palco del Teatro Alfieri di Asti, dove con Mauro Ermanno Giovanardi ha portato in scena lo spettacolo ‘Chelsea Hotel’. Per una volta smessi i panni dell’intervistatore, è finito sotto il fuoco incrociato delle nostre domande. Ecco che cosa ci ha risposto.
Massimo, partiamo dallo spettacolo che hai proposto questa sera.

Perché hai scelto il Chelsea Hotel e cosa ti ha affascinato di questo luogo così lontano e leggendario?
«E’ uno dei miti della mia adolescenza che ho approfondito nel corso dei miei anni. Per scoprirne i segreti ho parlato a lungo con Stanley Bard, che mi ha raccontato le storie più belle. In quel posto sono successe cose così strane che sembrano inventate. Ma al di là delle storie, credo che il Chelsea Hotel racconta di un mondo che non c’è più. Nessuno vuole fare un esercizio di nostalgia, perché occorre guardare avanti. Di certo non esiste più quella concezione tipica degli anni ‘60/’70, quando un brano ti cambiava la vita o te la spaccava in un prima ed un dopo. Io ho voluto raccontare quel mondo, che sembra più che altro una favola. Un po’ come il Vecchio e il Bambino di Guccini, così improbabile da sembrare finta».
In questo spettacolo racconti scene di vita che tu non hai vissuto, ma in compenso la tua carriera ti ha portato a scrivere tante storie di artisti, che hanno scelto di raccontarti le loro vite. Come hai fatto ad ottenere la loro fiducia?
«Ho la fortuna di avere un’onestà intellettuale, che mi porta a conoscere e non divulgare moltissimi segreti di artisti. In un mondo dove tutti cercano lo scoop a tutti i costi, forse un po’ fa la differenza. Scrivere un libro è un po’ come mettere una persona davanti allo specchio, ma spingerlo ad andare sempre più vicino al vetro. Fare il coautore può sembrare una cosa banale, ma in realtà non è così, perché io devo conoscere a fondo chi ho davanti, per capire fino a che punto posso spingermi. La cosa più difficile è quello di far capire all’artista che non lo tradirai mai. Lui potrà raccontarti tante cose, che se lui non approverà non usciranno».
Un esempio?
«Un esempio tipico è quello di Francesco Renga. Lui è un mio amico, nonché testimone di nozze. Ebbene quando gli ho fatto leggere la bozza lui ha detto: no, non ce la faccio a uscire con queste cose. E il libro non è mai uscito, nonostante credo sia meraviglioso. Spero che in un futuro prossimo Francesco possa cambiare idea».
Quale è stata la “cassaforte” più difficile da aprire?
«Credo sia Ivano Fossati. Lui è uno scoglio veramente duro. Gli piace raccontarsi, ma a modo suo. Ci sono tante cose che si potrebbero dire sul suo conto, ma per riservatezza non è possibile. La gestazione del suo primo libro è stata lunghissima: oltre due anni».
E la più facile?
«Direi Piero Pelù. Sono andato a trovarlo nella sua casa a San Casciano e in soli quattro giorni abbiamo concluso tutto. Lui era pervaso da una sorta di febbre malarica e di fatto non smetteva mai di raccontarmi le sue cose, nemmeno di notte. Alla fine ero distrutto, ma il risultato è stato davvero piacevole».
Cosa ci racconti di Francesco Degregori, che ha scelto te per concedere un’intervista dopo una vita che si negava?
«Non posso dire che Francesco sia un amico. Ma posso dire che ogni volta che ci incontriamo è sempre festa. Quella volta gli accordi erano chiari. Lui si sarebbe esibito in via Asiago, nella sede Rai, davanti a 99 persone, ma nel contratto c’era scritto che io non avrei potuto rivolgergli alcuna domanda. Il pomeriggio antecedente lo show mi ha chiamato, dicendomi che aveva cambiato idea e stracciò quel contratto, facendosi intervistare. Per me credo sia stata una delle soddisfazioni professionali più grandi».
Sei tu che scegli gli artisti o sono loro che ti vengono a cercare?
«Dipende. In genere i libri si fanno con artisti con cui hai costruito un rapporto di amicizia. Alla fine non è nemmeno molto importante da chi sia partita l’idea».
Sono stati proprio i tuoi amici artisti che ti hanno difeso, quando “mamma Rai” ti ha messo alla porta…
«Noi facciamo questo lavoro per l’applauso e per il cammino. I soldi e il successo sono una conseguenza di ciò che fai. Se tu lavori bene è possibile che tu possa guadagnare ed avere popolarità. Tuttavia se tu hai la stima e l’amore della gente credo che questo sia la cosa più importante. Anche se forse da un punto di vista giornalistico probabilmente è sbagliato».
A cosa ti riferisci?
«Mi spiego con un aneddoto. Ero a casa di Riccardo Bertoncelli e lui mi apostrofò dicendomi che io avevo un solo grande problema: quello di voler essere amato. Aggiunse: così non andrai mai da nessuna parte e andrai incontro a tante delusioni. Tu devi essere temuto. Io per fortuna non la vedo così e sapere che ci sono persone che si spendono in tuo favore è una cosa meravigliosa».
L’essere a contatto con tutti questi grandi cantanti, non ti ha mai fatto venir voglia di cantare?
«Assolutamente no. Credo anche di non essere stonato, ma in realtà faccio questo mestiere perché ho sempre desiderato farlo e non perché avrei voluto essere un cantante e non ci sono arrivato. Il fatto di aver raggiunto il mio obiettivo mi porta a dire che nella vita ho ricevuto molto di più di quanto ho dato, spero un giorno di non doverne pagare il prezzo. Questa riflessione è ben fissa nella mia mente dal giorno in cui parlai al telefono con Pavarotti. Lui era già malato e non sapevo come andare sull’argomento. Alla fine non l’affrontai, e mi limitai a chiudere la conversazione con un “le auguro ogni bene maestro”. Lui mi disse: “pago la fortuna che ho avuto”. Io rimasi di sasso e questa frase me le porto dietro ormai da anni. Del resto anche Paul Simon canta: “You can’t be forever blessed” ed io vivo questa mia esistenza al meglio, in attesa che prima o poi arriverà anche il mio momento».
L’ultima domanda riguarda il tuo lavoro forse più difficile quello di assessore.
«La difficoltà più grande è quella di mediare i tempi. Quelli della politica e della burocrazia, con quelli miei, che vorrei fare tutto e subito. Questo è il vero cancro della politica, non la scarsità di soldi, a cui in qualche modo puoi ovviare. Io parto sempre lancia in resta, salvo poi accorgermi che devo fermarmi. Detto questo ho trovato un grande rispetto ed un aiuto sorprendente, anche dalle parti avverse alla mia. Io sono dell’idea che non importa se un gatto è bianco o nero, l’importante è che mangi il topo. Io lavoro volentieri con l’obiettivo di accendere tanti fuochi, che fanno tanta luce ma soprattutto riscaldano i cuori. La città in cui lavoro (Asti) non si accorge delle possibilità che ha. Io non faccio altro che mettere tanta carne al fuoco e credo che prima o poi tutti si siederanno al tavolo».
E il tuo primo amore: il basket? Giochi ancora?
«Ma figurati, io morirò giovane. Anzi mi correggo non è possibile, ormai non sono più giovane».

Massimo Cotto è nato ad Asti il 20 maggio 1962. Giornalista professionista dal 1995, ha lavorato a lungo nei quotidiani (L’Indipendente, Il Tirreno, Stampa Sera) e collaborato con le principali riviste italiane (Espresso, Epoca, Europeo, Max, Capital, Amica, Marie Claire, Grazia, Jam, Rockstar, Mucchio, Tutto, Radiocorriere, Velvet) e internazionali (l’americana Billboard, la tedesca Howl!).
Ha diretto per due anni la rivista Rockstar, scritto oltre 30 libri di argomento musicale, tra cui le biografie ufficiali di Patty Pravo, Piero Pelù, Irene Grandi, Francesco Guccini, Ivano Fossati, Enrico Ruggeri, Nomadi, Bandabardò.
Ha scritto anche ‘Leonard Cohen: Canzoni da una stanza’, Ma il cielo è sempre più blu (i diari inediti di Rino Gaetano), Urlando contro il cielo (con Ligabue), Qui non arrivano gli angeli (con Vasco Rossi), Il grullo parlante (con Panariello), Incontri con il diavolo e l’acqua santa (con Zucchero), Segni del tempo (con Luca Carboni), Di acqua e di respiro (con Fossati), Portavo allora un eskimo innocente (con Guccini) e Everybody’s Talking, 50 interviste alle leggende del rock. Ha tradotto i testi di Tom Waits, Bruce Springsteen, Bob Marley, Grateful Dead, Michelle Shocked, diretto alcune enciclopedie come il Dizionario del rock, Latino Americana, il Dizionario del blues e della musica nera e molte pubblicazioni a dispense.
Ha pubblicato due romanzi – Hobo, una vita fuori giri (Premio speciale Cesare Pavese 2003) e L’ultima volta che sono morto, con prefazione di Giorgio Faletti e postfazione di Fernanda Pivano – e un libro di racconti con Eraldo Baldini.
Per vent’anni ha lavorato in Rai come conduttore di programmi radiofonici e televisivi. Tra i tanti, Stereonotte (sette edizioni), Masters, Zona Cesarini Music Club, B.U.M., Hobo

 

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