Intervista ai Perturbazione: la nostra vita sul palco e ‘Musica X’, il nuovo disco

I Perturbazione sono sulla scena da oltre 15 anni e per gli amanti della musica indipendente sono stati e sono un gruppo di assoluto valore. Oggi, 6 maggio, esce il nuovo disco ‘Musica X’ e per presentare il lavoro abbiamo organizzato questa intervista con il front man e fondatore Tommaso Cerasuolo.
D: Tommaso, dovessi raccontare ad un profano chi sono i Perturbazione, cosa diresti?
«Noi siamo un sestetto nato nella provincia di Torino. Ci siamo conosciuti a scuola ed abbiamo iniziato a fare musica, perché la ritenevamo una bella via di fuga rispetto al mondo in cui vivevamo. Siamo cresciuti ascoltando soprattutto artisti anglosassoni. Tra i nostri preferiti i Rem, gli Smiths, quindi gli esponenti della New wave e del grunge. Una scelta non molto dissimile da quella degli adolescenti cresciuti tra gli anni ’80 e ’90. Nel tempo ci siamo accorti della nostra propensione per le cose malinconiche. Alla nostra formazione si è aggiunta Elena (Elena Diana ndr), che con il suo violoncello ha dato nuove sonorità. Questo gruppo ha iniziato a scrivere canzoni, scegliendo l’italiano, abbandonando l’inglese. Ci siamo impossessati della nostra lingua solo nel 2002, con l’album “In circolo”: un punto di partenza per il nostro rock anemico e perturbato, sotto certi aspetti rivoluzionario, ma malinconico e struggente».

D: Quindi avete scelto l’italiano per trasmettere messaggi comprensibili al pubblico?
«Esattamente. Quando si è adolescenti si cerca di apparire anticonformisti e inarrivabili, poi crescendo ti accorgi di essere sempre più interessato a ciò che ti rende più fraterno e comune. La maturità ci ha fatto rendere conto che non eravamo in grado di comunicare con il nostro pubblico, che era italiano. Quindi all’inizio è stata soprattutto una scelta comunicativa. Piano piano abbiamo trovato il modo di usare la nostra lingua, trovare le parole, mettere a posto tutte quelle vocali, regalando musicalità ai nostri testi».

D: Una delle vostre peculiarità è la grande creatività nell’esprimervi dal vivo, che vi ha consentito di vincere per due volte il premio per il miglior gruppo live.
«La nostra vita sul palco è sempre stata centrale, nei momenti in cui non ci fermavamo per scrivere testi ed incidere dischi. Il concerto è il momento massimo della nostra espressione, che deve essere anche visiva. E questo continuerà fino a quando una guerra termo nucleare non ce lo impedirà. E’ un momento unico in cui si fonde l’energia tra noi che suoniamo e chi ci ascolta. Ogni volta ci siamo approcciati abbiamo ideato nuovi format, un po’ per evitare la routine e un po’ per sperimentare e divertirsi. Così è perfino capitato di mollare il microfono per raccontare le mie canzoni tramite disegni, sfruttando il fatto che io sono disegnatore e animatore. In questo modo è nato il concerto per disegnatore e orchestra. Ma come dimenticare Le Città viste dal basso, uno spettacolo che vede degli ospiti raccontare le loro storie, in un viaggio tra le varie città italiane attraverso le canzoni dei cantautori più famosi. Così al nostro fianco abbiamo avuto artisti del calibro di Francesco Bianconi dei Baustelle, Max Pezzali, Emido Clementi. Diciamo che il nostro proposito è sempre stato quello di sparigliare e stupire il pubblico».

D: Tra queste esperienze figura anche la proposizione dal vivo dell’album di De Andrè, La Buona Novella, proposto sul palco, registrato e poi mai inciso su supporto rigido. Come mai?
«Il problema più grande sarebbe stato quello delle liberatorie. A noi piace pensare a questa performance come unica e speciale. In fondo non sentiamo la necessità di pubblicare tutto quanto viene prodotto. Alla fine si rischia anche di saturare chi ci ascolta».

D: La vostra strada professionale è “underground”, eppure ad un certo punto avete firmato per la Emi. Un matrimonio importante che però è andato a monte. Come mai?
«E’ andata male dal punto di vista umano. Non ci trovavamo bene con chi ci seguiva. Non c’erano problemi ideologici, anzi eravamo ben contenti di lavorare con una major. Poi ci sono stati contrasti sulla promozione e sul marketing. In un momento di crisi ci siamo sentiti come uno dei tanti cavalli su cui la società stava scommettendo. Dal momento che non abbiamo immediatamente sfondato, ci siamo sentiti un po’ scaricati e questo ci ha gettato nello sconforto. Per evitare brutte sorprese ci siamo buttati sulla scrittura di nuove storie e nuove canzoni, attività che davvero ci piaceva e ci faceva stare uniti».

D: Quindi il ritorno in casa Mescal, sta a dimostrare che vi piace stare con chi crede in voi.
«Si è proprio così. Il rapporto si era interrotto per la scelta di Mescal di disimpegnarsi e ridurre la sua attività. Il nostro contratto passò alla Emi, ma non ci fu un vero e proprio divorzio. Nel tempo siamo rimasti sempre in ottimi rapporti e quando sono ritornati sul mercato ci siamo ritrovati. Loro hanno intuito che ci fossero ancora buone potenzialità. Gli abbiamo fatto sentire i provini di quello che poi è diventato il nostro nuovo album e alla fine è nato questo Musica X, un disco decisamente attuale».

D: Un disco che sancisce la vostra deriva verso l’elettronica. In questo cambiamento c’entra qualcosa Max Casacci, che l’ha prodotto?
«Siamo stati noi a cercare Max, nel momento in cui abbiamo scelto questo tipo di suono. Qualche segnale si era già avuto nel nostro penultimo lavoro “Del nostro tempo rubato”. Qui le cose si sono evolute ulteriormente, abbiamo cercato di muovere di più la parte ritmica, assecondando la nostra voglia di ballare. Una cosa molto nuova rispetto al nostro suono tradizionale, che ci ha entusiasmato e regalato nuovi stimoli, essenziali per andare avanti. Noi conoscevamo Casacci, ci eravamo sfiorati tante volte, ma non avevamo mai lavorato insieme. La cosa che ci ha fatto più piacere è stato il suo invito a limitare l’elettronica, riportando anche qualcosa di analogico nei nostri pezzi, come la voce e il violoncello, che sono stati campionati. Insomma ci ha proposto un’elettronica molto umana».

D: Avete descritto il vostro nuovo ‘Musica X’ come disco “complesso”. Se noi ci aggiungessimo anche altri due aggettivi quali ermetico ed essenziale, sbaglieremmo?
«Ermertico non direi. In realtà non facciamo grandi giri di parole per comunicare. Io direi che l’aggettivo più indicato è contemporaneo. Non c’è retorica nelle nostre parole, ma solo storie molto umane. Se diciamo “noi non siamo diversi dal resto” oppure “litigare all’Ikea” nel descrivere un momento topico di una coppia, permette un po’ a tutti di riconoscersi nei nostri testi».

D: Il nuovo disco avrà una vetrina molto importante, visto che sarà distribuito da Xl di Repubblica. Come è nata questa idea di puntare così in alto?
«La proposta è arrivata da Mescal. La redazione Xl di Repubblica ha trovato il disco forte e si è detta disponibile a questo lancio e noi crediamo che sia una grande opportunità. Il disco resterà per un mese in edicola, prima di essere distribuito anche nei negozi specializzati. Si tratta di uscire un po’ dagli schemi tradizionali della distribuzione. Per noi questo disco è sinonimo di appartenenza, parola che è stata messa in discussione su molti piani».

D: Dopo il disco ritornerete sul palco: avete già in mente qualche sorpresa?
«Intanto speriamo di poter suonare tanto. E’ certamente un momento difficile per il Paese, in particolar modo per la musica, che risente doppiamente di questo momento di crisi. Comunque abbiamo voglia di girare e di provarci. Lo spettacolo sarà un mix tra elettronica e il nostro passato e questo sarà un elemento interessante. Di sicuro c’è il desiderio di fare spettacolo ed intrattenimento. Vero che noi ci siamo presi spesso molto sul serio, ma a volte ci dimentichiamo che il pubblico viene ai concerti anche per divertirsi. Più passano gli anni e più questa esigenza è diventata anche la nostra. Sembra una banalità ma non lo è affatto».

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