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Intervista esclusiva a Ron che si racconta tra musica, autorato e famiglia

Rosalino Cellamare o Ron, come tutti hanno imparato a conoscerlo è un professionista a tutto tondo. Nato da una famiglia meridionale nella provincia lombarda, dopo 40 anni di carriera è ancora apprezzato e seguitissimo. Oggi, con  il supporto di Mescal è in tour con un nuovo spettacolo, intim ma pieno di energia!

Batteria, basso, chitarre, violoncello, pianoforte e soprattutto una voce, inconfondibile. Un incontro ravvicinato con i figli “legittimi” di un’attitudine che aveva portato Danny O’Keefe a scrivere ‘The Road’, Jackson Brown a inciderne la cover e Ron a farla sua con il titolo ‘Una Città Per Cantare’; ma anche un incontro molto ravvicinato con il pubblico dei Club. Si riparte da quella “città”, che non ha mai smesso di ospitare i migliori giovani autori sia inglesi che americani, dove è possibile incrociare le melodie di Damien Rice, le alchimie di Badley Drawn Boy o il vintage Motown di Michael Kiwanuka, solo per citarne una piccola rappresentanza.

L’abbiamo incontrato ad Asti presso il Palco 19, dove si è esibito nel suo liveWay out e ci ha concesso questa intervista.

Cube Magazine: Rosalino, tu sei originario della provincia italiana, sei attaccato alla famiglia, questo background cosa ha dato alla tua carriera?

Ron: Io vivo meravigliosamente in provincia, a Garlasco. Lì riesco a scrivere, perché sono tranquillo e questo non è poco. Ho uno studio di registrazione. Ma credo che la concezione della famiglia, così radicata, sia il fattore più importante. Avere al mio fianco mia madre e fratelli è fondamentale. I miei fratelli lavorano con me in ufficio e nella scuola di musica e io posso rimanere accanto a mia madre che inizia ad essere anziana. La nostra è una squadra che vive le proprie giornate l’uno per l’altro.

CM: Sei autore di grandissimo talento. Basti pensare a canzoni come ‘Piazza Grande’ e ‘Attenti al Lupo’ che divennero successi incredibili di Lucio Dalla, eppure spesso ha scelto di trasformarti in interprete. Qual è la sfida più difficile fare pezzi di successo per altri o dare lustro al lavoro degli autori?

Ron: Piazza Grande è nata in nave, in crociera con Lucio. Presi una chitarra e con lui componemmo la musica. Il testo venne scritto da Bardotti e Baldazzi. Diciamo che ogni volta che ho scritto non l’ho fatto per altri, su ordinazione, ma l’ho fatto per me stesso. L’esempio arriva da Attenti al Lupo. Lucio (Dalla ndr) l’ascoltò e rimase stupito. Mi chiese se fosse opera mia ed io gli risposi di sì. Non fu affatto difficile affidargli quel brano, perché io mai e poi mai l’avrei cantato, perché non lo sentivo adatto a me.

CM: Perché molto spesso hai scelto brani famosi da interpretare, decidendo di tradurli in italiano?

Ron: Se parliamo da Jackson Brown, ricordo che ascoltai quel brano e rimasi folgorato. The road, poi tradotto in Una città per cantare, mi ha fatto sentire dentro quella storia, perché in fondo è la storia di tutti coloro che vogliono fare il nostro lavoro. Mi è piaciuto che questo messaggio fosse tradotto e apprezzato dalla gente.

CM: Per un certo periodo delle tua vita hai abbandonato la musica per il cinema. Come mai questa scelta?

Ron: In realtà non ho mai smesso completamente. In quel periodo della mia vita facevo l’arrangiatore e questo mi aveva portato a stare dietro le quinte, nell’ombra di artisti quali Lucio, ma anche Francesco e Antonello (De Gregori e Venditti ndr). Erano “kantautori” con la K, quelli che il testo di impegno rappresentava il 90% della loro musica. Questo mi portò a restare zitto, a non parlare. Mi feci da parte e continuai a comporre musica per altri. Poi piano piano iniziai a scrivere i testi e questo mi riportò nuovamente in questo mondo che amo.

CM: Oggi hai prodotto un disco che è composto da brani scritti da giovani autori americani. Come è nata l’idea?

Ron: Tutto è nato dopo un viaggio a New York fatto da solo. Ho avuto modo di viverla, respirarla, andando a vedere gli spettacoli, i musical. La cosa più interessante è stato andare nel Village, passando di pub in pub per capire quello che succede. Li ho trovato una grande accoglienza ed ho capito che la musica è di casa. Sono arrivato a buttarmi su qualche palco per suonare, scoprendo tanti bravi giovani autori.

CM: Tu dici che la musica è di casa, un po’ come è stato il tuo nuovo disco che è ”fatto in casa”.

Ron: In effetti, pur avendo uno studio di registrazione importantissimo, ho preferito mantenere quel sound casalingo. Io e i miei collaboratori ci siamo chiusi tutti microfonati in una stanza e registrando i pezzi man mano che li traducevamo. Cantare tutti insieme, dal vivo, ha portato ad avere una verità maggiore, un qualcosa di più genuino rispetto a quanto ti può dare uno studio tecnologico, che ti regala tanti benefit, ma ti toglie un pochino di calore».

CM: Calore che cerchi anche in questo tour.

Ron: E’ proprio così. Nel tour ci esibiamo in modo acustico, un po’ perché i pezzi si addicono a questa modalità, un po’ perché non vogliamo andare a ripetere cose che sono già state in passato.

CM: Tu quest’anno compi 60 anni. Come sei cambiato dall’inizio della tua carriera?

Ron: In tutti questi anni mi sono messo spesso in discussione, ma credo che tutti quanti dovrebbero farlo. Ormai non esiste il passato e la fama, quella che ti consente di andare in uno studio, registrare un disco e avere successo. Oggi la musica è televisione e tutto passa attraverso il piccolo schermo. Devo dire che purtroppo la musica è ormai un pretesto per fare trasmissioni spettacolari.

CM: Cosa suggeriresti ad un giovane che si sta avvicinando a questo mondo?

Ron: Gli direi di fare ciò che ho fatto io: mai dare nulla per scontato e, soprattutto, vedere la musica a 360°, ascoltare altri artisti, provare a tradurli, cantarli. Scoprire nuovi autori può essere fondamentale, in un momento che ci sono tantissimi buoni interpreti, ma quasi nessuno scrittore.

CM: Come vedi i talent show?

Ron: Credo ci siano tanti bravi ragazzi, che sono nati senza la cultura reale. Mentre negli stati uniti ci sono tantissimi ragazzi che scrivono le loro canzoni ed hanno una cultura musicale, probabilmente inculcata dalla famiglia, qui la cosa non succede. Io se ho raggiunto qualche risultato è perché ho iniziato ascoltando gli altri artisti. Parlo di Cat Stevens, Neil Young, Joni Mitchell. Oggi questa attitudine è estremamente difficile da trovare: per una famiglia è importante che il figlio diventi famoso e non che sia un musicista.

CM: Tu per i giovani fai un lavoro importantissimo…

Ron: Ho una scuola (Una città per cantare ndr) che mette in chiaro questa filosofia. Alle mie lezioni si viene per cantare, ma soprattutto per imparare a suonare uno strumento. Divertirsi facendo musica aiuta ad essere creativi e ad inventare qualche cosa.

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