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Jersey Boys: intervista esclusiva ai protagonisti del musical

Domenica 15 maggio 2016 si è tenuto l’ultimo spettacolo del musical Jersey Boys al Teatro Nuovo di Milano. Lo spettacolo racconta la vera storia di Frankie Valli & The Four Season, quattro ragazzi del New Jersey che tentano la scalata al successo e lo raggiungono grazie a hit famose in tutto il mondo quali December, 1963 ( Oh What A Night), Sherry, Big Girls Don’t Cry, Walk Like A Man, Can’t Take My Eyes Off You, Dawn e via dicendo. Racconta pure del dietro le quinte del successo di questi ragazzi: i problemi di soldi, il gioco d’azzardo, i debiti, i vizi, i disaccordi all’interno del gruppo, il lutto.

Dopo la realizzazione del musical a Broadway e la versione cinematografica uscita nel 2014, abbiamo potuto apprezzarne una magnifica versione italiana grazie alla regia di Claudio Insegno e ai nostri quattro protagonisti: Alex Mastromarino come Frankie Valli, Flavio Gismondi come Bob Gaudio, Claudio Zanelli come Nick Massi e Marco Stabile come Tommy DeVito. Noi di cubemagazine.it abbiamo avuto l’enorme piacere di incontrare i ragazzi e porgli alcune domande.

The Jersey Boys, la nostra intervista ai protagonisti

Vi è piaciuto interpretare il vostro ruolo? Sentite qualcosa in comune col personaggio?
Alex: Mi è piaciuto tantissimo interpretare Frankie Valli ed è stata una bellissima sfida. In comune abbiamo il desiderio di realizzare i nostri sogni. Il bello di questo spettacolo è che tanti giovani si rispecchiano in noi che siamo quattro sognatori semplici che partono dal basso e, nonostante tutte le difficoltà, riusciamo ad arrivare in cima. Ed è soprattutto questo che io e Frankie abbiamo in comune, la voglia di arrivare al successo.
Flavio: Inizialmente dovevo interpretare Tommy DeVito e mi ero affezionato molto a quel personaggio, lo trovavo estremamente interessante, poi però il regista ha deciso di cambiare i ruoli e vedere come andava. Io avrei fatto Bob Gaudio e Marco Tommy DeVito. Lo spettacolo ha preso tutta un’altra piega, sembrava molto più naturale e funzionava meglio. Entrambi ci sentivamo più a nostro agio in queste nuove vesti. Con il personaggio di Bob Gaudio condivido l’essere autore, pianista e in generale una persona creativa. A differenza sua, però, non vengo da una così ricca famiglia.
Claudio: Mi è piaciuto molto interpretare il ruolo di Nick Massi, un tipo molto taciturno che sembra non capire nulla, ma che in verità forse è quello che capisce più di tutti lì dentro. E come Nick, anche io preferisco spesso star zitto piuttosto che far succedere casini.
Marco: Mi è piaciuto tantissimo interpretare Tommy DeVito perché posso raccontare la sua evoluzione come personaggio: da giovane ragazzo che tenta l’ascesa al successo a uomo adulto che raggiunge il suo obiettivo, ma non senza tanti problemi e difficoltà. Con lui ho in comune il temperamento. Anche io mi innervosisco facilmente, tuttavia riesco ad avere una condotta migliore e soprattutto più salutare.

Come pensate che il pubblico abbia reagito a questo revival degli anni ’60-’70?
Alex: Sono incredulo ogni sera. Quando finisco di cantare Can’t Take My Eyes Off You c’è un’ovazione tale, a volte, da non riuscire a farli smettere di applaudire per continuare con il mio monologo successivo. Ed è una cosa meravigliosa. La gente sta davvero abbracciando questo spettacolo e ci sono persone che lo hanno rivisto fino a 6 volte! Quando alla fine si alzano tutti in piedi a cantare, per noi è una gioia immensa.
Flavio: Più che revival noi lo chiamiamo Musical Jubox perché in effetti quello è: un jubox di canzoni che ripercorrono quelle che sono state le storie dei The Four Season. Gruppo che in Italia non è molto conosciuto , a differenza delle loro canzoni. La gente, infatti, si stupisce del fatto che certe canzoni le abbiano scritte proprio loro. E il pubblico ha reagito bene, come noi ci aspettavamo facesse, come noi stessi performer, leggendo il copione, abbiamo reagito. Ed è bello, perché si è creato anche un rapporto di fiducia fra noi e il pubblico, che continua a seguirci e sostenerci.
Claudio: Il pubblico è uscito letteralmente fuori di testa! In Italia le canzoni sono conosciute nelle loro versioni tradotte, quindi più che un revival è, per il pubblico italiano, una riscoperta.
Marco: La risposta del pubblico è fantastica. Le persone hanno riniziato ad ascoltare la musica dei The Four Season e ci scrivono sia sulle official page che privatamente complimentandosi con noi. Siamo contenti di avere anche il favore della critica.

Pensate che un genere musicale come questo possa ancora funzionare ai giorni nostri? É un genere che sentite nelle vostre corde o preferite altro?
Alex: Credo che come genere musicale possa ancora piacere. Inoltre, c’è un ritorno in generale agli anni ’50. In questo periodo vanno molto di moda i gruppi vocali come i Pentatonix e gli Oblivion. Le canzoni dei The Four Season sono comunque molto famose, usate anche come colonne sonore in film conosciuti come Dirty Dancing, e sono talmente orecchiabili che anche chi non le conosce le apprezza. A me questo tipo di musica non dispiace, ma amo spaziare con diversi generi. Interpretare Frankie è stato bello e divertente anche se non sempre facile per via della peculiarità della sua voce. È stato lo stesso Frankie a scegliermi per questa parte, e ne sono onorato.
Flavio: Penso che questo stile appartenga a quella categoria di generi che hanno fatto la storia e che rimarranno immortali. C’è sempre qualche ritorno di fiamma verso certe sonorità, anche Lady Gaga per un periodo si è data al jazz. E la gente quando ascolta le canzoni di quei tempi non può fare a meno di commuoversi, emozionarsi, ballare e cantare. Io amo questo genere, anche se ammetto di non averlo mai composto o scritto, né ho mai pensato di farlo nella mia vita, però mi piace perché è libero e fluente e stuzzica in me un grandissimo interesse.
Claudio: Come quasi tutto al mondo, anche i generi musicali seguono dei cicli. Spesso ci sono generi che tramontano e poi tornano di moda, mentre altri hanno un percorso più continuativo. La musica degli anni ’60 andrebbe bene anche oggi se solo fosse riarrangiata. Oggi abbiamo sound più elettronici, e i suoni sono più chiari e dettagliati, quindi basterebbe modernizzare le vecchie canzoni per farle tornare alla ribalta. Michael Bublé, ad esempio, ha un repertorio di standard jazz degli anni ’50-’70 ma con uno stile e un arrangiamento fruibili a un pubblico odierno. Personalmente, adoro la musica anni ’50 e ’60.
Marco: Credo sia un genere che verrà sempre apprezzato dalla gente. Personalmente mi piace e devo pure dire di essermi abituato al tipo di sound visto che ottengo spesso parti in spettacoli ambientati in questo periodo storico, ma penso che per me l’ideale sia il riadattamento di Hit moderne in questo stile, più che al contrario.

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Quale canzone avete preferito cantare?
Alex: Dipende dalle giornate. Ci sono giorni in cui mi sento malinconico e quindi preferisco Fallen Angel, che è la canzone che Frankie dedica alla figlia morta per overdose; giorni invece in cui sono allegro e preferisco Sherry e Dawn. Amo anche cantare Can’t Take My Eyes Off You che è una delle loro canzoni più celebri. Sinceramente, avrei difficoltà a sceglierne solo una in particolare.
Flavio: Cry For Me perché è uno dei momenti più emozionante e forse più importante dello spettacolo, in cui il pubblico realizza che loro quattro insieme formano un’alchimia. Però, la mia canzone preferita non la canto io, ma la canta Frankie, ed è Fallen Angel, che già conoscevo da tanto tempo e ho sempre amato alla follia.
Claudio: A me piace tantissimo Silhouettes. Tuttavia, la più rappresentativa e identificativa dello spettacolo è Cry For Me, perché è la prima canzone che cantiamo tutti e quattro insieme.
Marco: December, 1963 perché ha davvero un’energia molto positiva.

Se foste stati nei panni dei personaggi che avete interpretato, come vi sareste comportati?
Alex: È una domanda difficile perché a volte ci si dovrebbe trovare nei panni delle persone per capire come reagiscono. Io come Frankie ho un grande cuore e sono spesso proiettato più sugli altri che su me stesso, quindi anche io come lui mi sarei posto tanti problemi, soprattutto nei confronti di Tommy e della sua condotta sbagliata. Ma magari rispetto a lui ho meno determinazione, e quindi non sarei mai arrivato a sacrificare la mia famiglia per la carriera. Sono uno che ama anche la solitudine, e a fine giornata ho bisogno dei miei spazi e di starmene da solo con il mio cagnolino.
Flavio: Mi sarei comportato esattamente come lui, perché Bob Gaudio, anche se non sembra, è stato il più furbo di tutti. Lui ha raggiunto il suo obiettivo principale: fare soldi. Ha capito che la sua miniera d’oro sarebbe stata Frankie Valli e quindi ha accettato di buon grado l’allontanamento degli altri due componenti del gruppo. Ha deciso, così, di lasciare Frankie come solista e continuare solo a scrivere le canzoni per lui. Che, alla fine, era quello che gli interessava principalmente. Quindi Bob e Frankie sono stati gli unici ad avere avuto il loro bel lieto fine, e questo soprattutto grazie a Bob che ha trascinato con sé l’amico, facendolo distaccare dal quartiere natale e da Tommy che stava rovinando tutti.
Claudio: Stimo molto Nick anche per via del coraggio che ha avuto di abbandonare il gruppo. Credo abbia fatto bene a prendere questa decisione, perché la fama e il successo stavano rovinando tutti: Nick aveva un problema con l’alcol, Tommy con il gioco d’azzardo e Bob con il denaro e la sua crescente avidità. La sua è stata una decisione presa d’istinto e d’improvviso, motivo per cui è sembrato pazzo, ma in realtà forse non è mai stato più lucido. Quindi si, avrei agito come lui.
Marco: Innanzitutto, avrei voluto cantare anche io qualche canzone in prima linea, e non soltanto fare cori. Inoltre, non avrei mai giocato d’azzardo e avuto problemi col fisco. Mi sarei sicuramente divertito in modi differenti. La mia lettura di Tommy è che fondamentalmente sia un ragazzo debole che non riesce ad accettare i propri limiti umani, e quindi anche il non avere un talento così esplicito come quello degli altri componenti del gruppo: Frankie ha una voce incredibile, Bob scrive canzoni di successo e Nick è un esperto di armonie. Ha un atteggiamento ribelle si, ma non credo sia una persona che si danna con la consapevolezza di dannarsi. Penso, piuttosto, sia un po’ infantile e immaturo. Sicuramente, il successo unitamente alla gelosia e al rancore che prova verso Frankie, anche per via del suo legame più stretto con Bob, attivano un meccanismo autodistruttivo.

Come e quando avete capito di voler far musical?
Alex: Ho partecipato come cantante alla primissima edizione di Saranno Famosi, quando ancora c’era Daniele Bossari a presentare. E lì Garrison mi ha consigliato di fare musical perché ha visto che sapevo ballare. Così ho deciso di fare un’audizione per Pinocchio il musical, e senza aver mai studiato a livello professionale né danza né recitazione, sono arrivato all’ultimo provino. Ci sono rimasto talmente tanto male quando mi hanno scartato per prendere il bravissimo Mauro Simone, che ho deciso di mettermi a studiare. Mi sono trasferito a Milano e mi sono diplomato alla scuola di musical. Da lì è iniziata la mia carriera.
Flavio: Ho iniziato con Giulietta e Romeo a 17 anni, ma non avevo mai pensato potesse diventare un lavoro, anche perché noi non siamo indottrinati a pensarla così. Per noi tutto ciò che è musica è divertimento, un hobby, e invece non è vero. Questa è una grande ignoranza. Ho iniziato a entrare nell’ottica dopo aver fatto la fiction Un Posto Al Sole e Spring Awakening un musical rock, spettacolo molto diverso dagli standard italiani. Visto il successo di questo Off-Broadway, anche i teatri di prosa hanno iniziato ad aprirsi al mondo del musical. Ho pensato il terreno fosse abbastanza fertile in questo ambiente, e così ho deciso di investire su me stesso. Ho fatto vari corsi a Londra e a New York e a interessarmi anche del business internazionale.
Claudio: Sono cresciuto a pane e musica. Sono nato come pianista classico e poi ho continuato con chitarra e tastiera. Il teatro per me era un gioco, lo facevo come hobby. A 19 anni, invece, ho avuto la prima proposta per uno spettacolo a livello professionale, un musical in lingua inglese, e da lì è iniziata la mia carriera. Il musical racchiude in sé le mie due più grandi passioni: la musica e il teatro.
Marco: Fondamentalmente nasco come attore e cantante pop, il musical mi è capitato. Cantavo in uno spettacolo di Pino Insegno e sono stato notato da Rossana Casale che mi voleva nel suo prossimo musical Joseph E La Strabiliante Tunica Dei Sogni In Technicolor. Da lì è iniziata la mia carriera anche in questo ambiente.

Siete stati ispirati da qualcuno in particolare?
Alex: Non sono stato ispirato da nessuno, anche se ovviamente ci sono tanti musical performer bravissimi che ho osservato sempre con ammirazione. Secondo me, questo mestiere deve essere fatto di confronti sani. Ogni sera guardo e ascolto i miei colleghi attuali, e penso che Flavio, Marco e Claudio abbiano delle qualità meravigliose, e quindi cerco di imparare da loro.
Flavio: Mio padre era un libero professionista, capo d’azienda, e la sua determinazione nel lavoro è stata per me una grande fonte di ispirazione. Quindi il primo che mi sento di chiamare in causa è lui. Per quanto riguarda, invece, il mondo dello spettacolo, ho sempre guardato con ammirazione Massimo Ranieri (mi dicono pure che gli somiglio) e Renato Zero. Due grandi modelli.
Claudio: Non sono stato ispirato da qualcuno in particolare, ma piuttosto da un’epoca. Sono un appassionato del cinema anni ’80-’90 e quindi mi rifaccio molto al genere di quel periodo.
Marco: In ogni settore ho dei punti di riferimento, ma non c’è stato qualcuno di specifico che ho preso come modello.

Qual’è il ruolo che più vi è piaciuto interpretare nella vostra carriera?
Alex: Frankie Valli. Sembrerà banale e suonerà stupido e scontato, ma è quello che preferisco, anche perché permette di mostrare la mia arte a 360 gradi. Ma sono anche molto affezionato al personaggio di Abù che ho interpretato a fianco di Manuel Frattini e Flavio Montrucchio, in Aladin – Il Musical. Mi ha dato sicuramente tanta visibilità e mi ha messo molto in luce perché abbiamo fatto una tournée lunghissima e siamo stati in diretta su RAI 1 il giorno di Natale.
Flavio: Al primo posto Jack Kelly in Newsies e al secondo Moritz Stiefel in Spring Awakening. Ho adorato fare Jake Kelly perché era un personaggio lontano da me: un ragazzo cresciuto per strada con ideali diversi, punto di riferimento per le altre persone, carismatico e per nulla timido. E lui è stato di ispirazione per me. Quando reciti dai una tua sfumatura personale al personaggio, ma nello stesso tempo è proprio il personaggio a insegnarti qualcosa, a vedere o ad agire diversamente. E Jake Kelly ha fatto proprio questo, mi ha insegnato a vivere in maniera differente.
Claudio: Nick Massi è sicuramente nei primi posti, ma il mio preferito rimane Albrecht de “L’ultima strega”, personaggio che ha davvero un’evoluzione esilarante. Parte dall’essere un cazzone, maniaco sessuale e finisce lo spettacolo piangendo per la morte di un personaggio di un libro.
Marco: Sicuramente il personaggio di Tommy mi dà l’opportunità di esprimere tanto perché è anche molto recitato, e quindi sono contento di interpretarlo. Ma ho amato dare voce a Simone in “Sogno di una vita”, uno spettacolo di prosa. Simone era un avvocato romano, orfano, che si era creato un’enorme barriera psicologica. Sembrava una persona priva di empatia e vulnerabilità , ma alla fine si scopre che era solo una maschera quella che portava. A me piace interpretare personaggi che hanno radici vere, dove posso mostrare le diverse sfaccettature dell’animo umano. L’uomo è tutt’altro che perfetto, è incoerente, dice bugie, spesso anche a se stesso, e quando sul palco si riesce ad esprimere un qualcosa di così reale, sento di raccontare la vita, sento il senso del mio mestiere. Non voglio raccontare solo favole, preferisco raccontare la verità, perché è lì che il pubblico si immedesima di più. L’artista ha anche il compito di interpretare e veicolare i significati della vita alla gente, e questo è uno dei motivi per cui amo il mio lavoro.

Progetti futuri?
Alex: Ho aperto una scuola di canto 3 anni fa che si chiama WOS Academy. Io sono uno degli insegnanti insieme a Matteo Becucci, vincitore della seconda edizione di X Factor, e tantissimi altri laureati come me alla University of West London e alla VMS Italia di Loretta Martinez. Amo insegnare, è una cosa che mi prende la pancia, quindi nei miei progetti futuri sicuramente continuerò con la mia accademia. Poi andrò avanti con la tournée di The Jersey Boys. Se dovesse capitare qualcosa di altrettanto bello e stimolante come questo spettacolo, ovviamente sono sempre pronto a rimettere i panni dell’attore, perché stare sul palco è sempre una grande gioia. Non ho tanto le mire della fama, mi piace restare anche semplicemente Alex.
Flavio: Continuerò con The Jersey Boys, quando questo capitolo si chiuderà, vedrò il da farsi. Ma penso che lo spettacolo ancora debba dare tanto, quindi non ho altri progetti per la testa. In ogni caso, sono sempre aperto a nuove possibilità.
Claudio: Si, un film porno. Scherzo, in verità continuerò con la tournée di The Jersey Boys. A parte questo, per ora niente di sicuro. Purtroppo nel nostro mondo ci sono un sacco di se e di forse. Tanti progetti, ma nulla di certo. Non ti puoi fidare di nessuno. Come dicono Mulder e Scully in X-files, “Trust no one”.
Marco: Sono un cantautore e in estate uscirò col mio primo singolo. È un pezzo che parla di rapporti umani, di persone che entrano nella tua vita e lasciano segni indelebili, come fossero dei tatuaggi che nessuno vede ma che ti porti inesorabilmente dentro. In autunno, invece, riprenderò il tour di The Jersey Boys.


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