Intervista a Pino Scotto, alla presentazione del nuovo disco ‘Vuoti di Memoria’

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Pino Scotto rappresenta l’icona più importante del rock nazionale. Carismatico e grintoso singer dalle marcate influenze blues, dotato di una voce profonda e graffiante, rappresenta la migliore incarnazione della figura del rocker mai apparsa in Italia. La sua carriera ha ufficialmente inizio al termine degli anni ’70, quando incide il primo 45 giri con i Pulsar; dopo qualche tempo diviene frontman dei Vanadium, la heavy rock band più importante della scena italiana, con cui realizza otto grandi album. Fra il 1990 ed il 1992 Pino Scotto realizza il suo primo album solista in lingua italiana ‘Il Grido Disperato di Mille Bands’ ed intraprende un tour con il suo Jam Roll Project. Nel 1995, a seguito del ritorno con i Vanadium, pubblica ‘Nel Cuore del Caos’. Carriera che prosegue tutt’ora e che ha portato all’uscita del nuovo disco ‘Vuoti di Memoria’. L’album propone cinque cover e un brano inedito in italiano e cinque cover e un brano inedito in inglese. Un viaggio nella memoria, dove si incontrano testi importanti, scritti oltre mezzo secolo fa, e interpretati da artisti come Renato Rascel, Luigi Tenco, Franco Battiato, Ivan Graziani, Adriano Celentano, Elvis Presley, Muddy Waters, Gary Moore, Ted Nugent e i Motörhead.

Proprio da questa scelta parte la nostra intervista, realizzata in occasione dello show case di presentazione dell’album, che si è svolto al Rock ‘n’ Roll di Milano.

Cube Magazine: Pino, come mai questa decisione di fare un album di cover?
Pino Scotto: «Il motivo scatenante di questa scelta è molto semplice. Nel corso della mia carriera ho prodotto un album ogni due anni, prima di intraprendere un tour di un anno e mezzo e quindi rimettermi al lavoro per scrivere i nuovi pezzi. Questa volta, dopo ‘Codici Kappaò’, mi sono ritrovato ad avere solo due brani pronti e mi stava prendendo un po’ di ansia. Mi ha colpito una sorta di crisi derivata dal fato che tutto ciò che si ascolta in giro è banale è già sentito e risentito. Una notte, dopo un concerto a Roma, mentre in tv davano un documentario sul fascismo, ho risentito un pezzo di Renato Rascel, ‘E’ arrivata la bufera’. A quei tempi era stato scritto per sdrammatizzare, in un momento difficile che stava precedendo la guerra, anche per prendere in giro chi in quel momento ci stava governando. Così è scattata la molla. Ho recuperato brani di artisti importanti, regalandogli una veste nuova. Così sono arrivati Luigi Tenco, Ivan Graziani, Adriano Celentano e tutto il resto. Per gli artisti stranieri, invece, la scelta è caduta su quelli che hanno caratterizzato il mio percorso artistico, dal blues di Elvis, al rock ‘n roll, fino ad arrivare all’hard rock. Un ‘vuoto di memoria’ dedicato a me stesso, ma anche alle nuove generazioni, che possono ascoltare artisti del passato, ma ancora estremamente attuali».

CM: Nel disco ci sono tantissime collaborazioni. Tra tutte salta all’occhio quella con Drupi. Come mai questa riscoperta?
PS «Drupi è un amico, è una persona che amo e rispetto da tantissimi anni. La gente non sa che lui all’estero è un mito, ma non viene a raccontarcelo in Italia. Le radio lo chiamano, ma lui preferisce andare al bar a giocare a carte con gli amici, oppure andare a pescare. E’ rimasto un puro, oltre ad essere un grande artista. Quando ho proposto di intervenire, lui mi ha detto subito di sì».

CM: Parliamo della tua storia. Tu arrivi da un piccolo paese in Provincia di Napoli, che hai abbandonato per andare prima a Napoli e poi a Milano. Ti sei mai chiesto cosa sarebbe stata la tua vita se non fossi andato via di lì?
PS «Anche se non avessi seguito la passione musicale, sicuramente non sarei rimasto a Monte di Procida. Probabilmente sarei stato uno dei tanti pizzaioli emigrati in America, oppure avrei fatto il pescatore. Quel paese me lo sono sentito stretto fin da subito».

CM: Magari saresti diventato uno dei tanti neomelodici napoletani?
PS «No penso proprio di no. Tanto di rispetto per loro, ma escludo assolutamente avrei fatto quel tipo di musica napoletana».

CM: Oggi il panorama musicale è particolarmente arido e sembra che i giovani puntino soprattutto sul rap, che molto spesso propone messaggi di protesta: gli stessi che tu lanciavi con i Vanadium. Secondo te oggi la tua band avrebbe ragione di esistere?
PS «Oggi sicuramente no. Perché le nuove generazioni non hanno più orecchie per la musica, per le melodie, per le chitarre, i bassi e le batterie che pompano. E’ sufficiente un loop di computer, quattro parole e crei il brano. Ci sono comunque rapper veri che rispetto. Sono quelli che ci hanno creduto fin da subito. Io stesso ho fatto collaborazioni con J-Ax, Club Dogo, Caparezza».

CM: C’è un artista che apprezzi particolarmente?
PS «Sicuramente Michele (Caparezza ndr). Con lui ho fatto un brano nell’album Buena Suerte, ‘Gli arbitri ti picchiano’ ed è stata un’esperienza davvero bella. Lui è il numero uno in Italia. Oltre ad essere un genio musicale è una persona stupenda. Basti pensare che è venuto più volte a titolo gratuito ai concerti organizzati in favore del progetto ‘Rainbow Belize’ (rainbowprojects.it ndr), nato per raccogliere fondi atti a costruire case per i bambini orfani o vittime di abusi nel Belize, in Sud America».

CM: Il tuo vanto è quello di essere più operaio che cantante, nel senso che hai scelto di fare l’artista più per passione che per soldi. Cosa ne pensi dei ragazzi di oggi che sperano di sfondare solo attraverso i talent show?
PS «Sono fiero di continuare a coltivare questo sogno. Purtroppo mi spiace per le illusioni dei giovani. Si stanno prestando a questo gioco infame. Chi ha inventato questi programmi non ha fatto altro che sfruttare l’idea dei reality. Maria De Filippi ha detto: se hanno successo quelli del Grande Fratello, che stanno in una casa a fare nulla, lo stesso deve accadere per chi ama cantare e così è stato. Sono bastate delle cover, qualche litigio, altrettante lacrime e alla fine ha regalato a qualcuno sei mesi di notorietà, prima di essere accantonato con la nuova carovana dell’anno successivo. Io denuncerei gli ideatori di talent per spaccio di demenza. Hanno distrutto l’arte, la musica e i sogni, esattamente come i nostri politici».

CM: La televisione ti ha permesso di essere quell’operaio da prima linea anche nel piccolo schermo…
PS «Non ho mai avuto problemi a manifestare i miei pensieri tanto in fabbrica, quanto con i miei testi musicali. La televisione ha semplicemente fatto da cassa di risonanza alla mia passione».

CM: La tua attività dal vivo ti ha portato sui palchi di grandissimi artisti internazionali e tra poco sarai anche al fianco degli Motorhead a Milano. C’è qualcuno che hai visto e sfiorato, con cui avresti voluto accompagnare?
PS «Eh tantissimi. Il mio più grande rimpianto è Jimi Hendrix. L’ho visto ed ascoltato a Roma, avrei voluto salire sul suo palco. La stessa cosa è avvenuta anche con Janis Joplin».

CM: Tra le date del tuo prossimo tour c’è anche la festa patronale di Monte di Procida. Come sei accolto nel tuo paesello quanto ci torni?
PS «Lì ci sono ancore le mie sorelle, mia madre che ha 89 anni e che Dio l’abbia in gloria visto che sta benissimo. Ci torno perché amo le mie radici, perché vivono i miei amici d’infanzia. Sono sempre stato accolto bene, anche dalla gente di una certa età, nonostante proponga un genere non adatto a loro. Evidentemente il mio messaggio arriva dal cuore e quindi colpisce in qualche modo».

CM: Passata l’ansia da nuovo album, stai già pensando al prossimo?
PS «No no dai. Lasciami respirare un po’».

Si ringrazia Parole & Dintorni e Pino Scotto per la disponibilità.

Intervista a cura di Vincenzo Nicolello.

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