Intervista a Rutger Hauer: Dall’ascesa ad Hollywood con ‘Blade Runner’ ad oggi

Rutger Hauer con Vincenzo Nicolello

Quello di Rutger Hauer è un nome che solletica la fantasia dei cinefili. E’ stato lui, nella parte di un replicante, a pronunciare una delle frasi più celebri di Hollywood: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».

Era il 1982 e quel film diventò un culto, regalando a Hauer grande celebrità. A distanza di 31 anni e con una carriera importantissima, abbiamo potuto incontrare l’attore ad Asti, dove ci ha concesso questa intervista.

D: Rutger, cosa ha pensato quando ha recitato il monologo che l’ha reso celebre in ‘Blade Runner’?
RH: «’Blade Runner’ è un insieme di tanti processi di ripresa e io ho preso parte a uno solo di questi. Dal momento della pubblicazione del libro a quella scena finale sono passati 24 anni e in quel lasso di tempo sono successe tante cose. Di fatto abbiamo girato moltissime scene, senza avere precisa contezza di cosa stavamo facendo. Il resto l’ha fatto il montaggio, che ha creato un’ottima insalata partendo da ingredienti apparentemente poco affini tra di loro. Ritornando al monologo finale, quando girai quella scena eravamo alla fine delle riprese e io ero particolarmente stanco. Fu un momento molto noioso, perché ripetemmo molte volte il ciak. Alla fine fu scelta la scena in cui io ero riuscito a far prevalere il silenzio e pronunciai, improvvisando, la frase “come lacrime nella pioggia”. Ripensandoci bene, ciò che pronunciai non ha molto significato, ma evidentemente più delle parole emerse il mio modo di pronunciarle, e di questa cosa vado particolarmente fiero».

D: Cosa ha rappresentato questo film per la sua carriera?
RH: «Lavorare con Ridley Scott è stato fantastico e ‘Blade Runner’ è stato un passaggio importantissimo per la mia carriera, se non tutto».

D: Come è riuscito un attore europeo a sfondare ad Hollywood?
RH: «Essere europeo è molto relativo, nel senso che è forse più importante saper recitare in inglese. Il problema maggiore è stata la mia scarsa attitudine a rispettare le regole. Sono un attore libero e selvaggio e questa mia “follia” mi ha ostacolato non poco, anche se alla fine il successo è arrivato comunque. Di sicuro non mi sono mai fermato davanti al primo ostacolo e questa tenacia mi ha premiato. Quando avevo 15 anni ho compreso l’importanza di viaggiare, ma allo stesso tempo mi sono accorto che è altrettanto importante avere una casa dove fare ritorno. Di sicuro vi posso dire che la mia casa è in Olanda, mentre considero l’Italia la mia seconda patria».

D: E Hollywood?
RH: «Ci ho lavorato, questo è certo, ma probabilmente chiunque, semplicemente guardando la televisione, può conoscere quella città molto meglio di me. Quel posto è solo una bolla di illusioni. Sono tantissime le persone che pur di arrivare a Hollywood sono disposte e costrette a fare due o tre lavori. Io continuo a non capire perché continui a esistere».

D: Parliamo di qualcosa di più frivolo. Ha raccolto più fan quando ha interpretato ruoli da cattivo come ‘The Hitcher’ o quando invece ha fatto il buono in ‘Ladyhawke’?
RH: «Voi non capite in cosa consiste il mio lavoro. Io guardo la mia parte come un bambino che va alle giostre. Per me la recitazione è come un giocattolo con cui divertirmi. Questo non vuol dire che io affronti le parti in modo superficiale, ma alla fine per me rimane sempre un gioco. Non mi interessa se sono cattivo o buono, semplicemente faccio ciò che mi chiede il regista, magari aggiungendo un po’ di humour, anche se spesso questo si perde nelle recitazione».

D: In Italia ha recitato per Ermanno Olmi, con cui ha stretto anche una profonda amicizia. Come è nato questo rapporto e che importanza ha avuto nella sua carriera?
RH: «Le nuvole presenti nella mia testa non mi hanno mai permesso di recitare sul palco di un teatro. Ho provato ma, non so perché, non mi trovo bene davanti al pubblico. Certo però, dopo aver fatto tanti film d’azione, mi stavo chiedendo se ci fosse stato qualche altro modo di fare l’attore. Incontrai Olmi a un pranzo. Lui mi aveva visto in televisione nel corso di un’intervista per presentare ‘The Hitcher’. Fu divertente, perché mi scelse per ciò che avevo detto in quell’intervista e non per come avevo recitato nel film. Mi chiamò a interpretare il protagonista in ‘La leggenda del santo bevitore’. Un film bellissimo che toccò la mia anima e aprì nuove frontiere nella mia recitazione. Da allora capii tante cose e anche in seguito scoprii quanto fosse stato importante collaborare con Ermanno. Così nacque una bella e profonda amicizia»

D: Tra le sue attività fuori dal set c’è anche un forte impegno sociale. Come è nata l’idea di fondare la Starfish Association, in favore dei malati di Aids?
RH: «Sentivo l’esigenza di fare qualcosa di utile. Così dopo aver già lanciato un primo progetto benefico negli anni ’70, decisi di fare qualcosa di più concreto. Tutto nacque da una conversazione che ebbi con una ragazza via chat, su Internet. Lei era molto lenta nel digitare, ben presto scoprii che era quasi cieca. Piano piano seppi che era malata di Aids e che era molto felice di poter parlare con me. Questo incontro mi fece decidere di fare qualcosa per i malati di Aids. Scelsi l’isola di Gran Turk, a pochi passi da Haiti, dove l’incidenza di persone colpite da questa malattia è seconda solo a quella di certi paesi africani. Purtroppo però non se ne fece nulla, perché chi governava l’isola mi rispose che non era un mio problema. Non mi persi d’animo e proseguii senza focalizzarmi su una regione in particolare. La mia filosofia fu da subito molto semplice: se posso aiutare anche solo una persona sarà già un ottimo inizio. Mi occupai di due malati, una è ancora viva dopo dieci anni, l’altra purtroppo è morta. Non è certamente una bella storia, ma rispetto a certe tematiche molti nascondono la testa sotto terra, facendo finta di nulla. Io invece credo che anche solo un piccolo aiuto possa essere un grande traguardo. I soldi incassati dalla fondazione vengono trasferiti direttamente ai malati, senza intermediari».

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