Intervista Esclusiva ai Blastema: ‘Il nostro rock sul palco dell’Ariston’

Nel panorama melodico folk che ha contraddistinto i concorrenti di Sanremo Giovani, i Blastema hanno sicuramente segnato un distacco netto. La loro presenza rock ha in qualche modo sparigliato le carte e portato una ventata nuova su un palco conservatore come quello dell’Ariston. Il nome Blastema è il frutto della casualità e di un dizionario. La band andava alla ricerca di un nome un po’ dark, che in qualche modo ricordasse le band più ascoltate dai loro componenti. Alla fine è arrivato questo sostantivo botanico, che di dark ha solo il suono, visto che si riferisce ad un tessuto vegetale. Dopo l’esperienza Sanremese la loro carriera è a un bivio. Dopo 15 anni di musica underground potrebbe essere arrivato il momento del grande salto. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alberto Nanni, chitarrista storico, che ci ha raccontato le proprie impressioni post festival.

Il grande pubblico ha imparato a conoscervi a Sanremo, sul palco dell’Ariston. Eppure voi siete sulla scena da oltre 10 anni. Come vi siete conosciuti e a chi vi siete ispirati nel fare musica?
«La storia del Blastema nasce sui banchi di scuola e dalla mia amicizia con Matteo Casadei. La formazione ha avuto vari avvicendamenti, fino ad arrivare all’attuale composizione. Abbiamo iniziato a suonare negli anni ’90, quando furoreggiavano i Nirvana, il grounge, post rock che andava per la maggiore. Poi abbiamo incontrato il rock italiano ascoltando band come gli Afterhours ed in particolare i Marlene Kuntz. Entrame le band hanno segnato in modo evidente il nostro modo di fare musica. Con il passare del tempo non ci siamo fermati ed i nostri riferimenti sono andati anche più lontani, con influenze di gruppi quali i Nine Inch Nails e i Muse».

Avete una lunga storia indipendente, avete vinto un sacco di concorsi e riconoscimenti da parte della critica musicale, quella che per intenderci storce il naso quando sente parlare di Sanremo. Come mai avete deciso di andare al festival?
«Partiamo dal presupposto che Sanremo è il festival della canzone italiana, di tutta quanta. Da alcuni ci veniva offerta l’opportunità di fare un provino per parteciparvi. Quest’anno la manifestazione ha avuto una direzione artistica di tutto rispetto che ha permesso ad una realtà come la nostra di prendere in considerazione la partecipazione e siamo riusciti ad entrare. Non è stata una scelta fatta per caso. Avevamo appena inciso un disco (Lo stato in cui sono stato ndr) e quindi non avevamo molta scelta tra gli inediti. Avevamo solo Dentro l’intima ragione. Quando ci è stato offerto il provino ci siamo chiusi in sala di registrazione e abbiamo completato il brano, che poi è stato selezionato per Sanremo Giovani».

Quanto è difficile fare rock sul palco dell’Ariston? Lo chiedo perché mentre la giuria di qualità vi ha premiati con ottime valutazioni, in sala e al televoto avete comunque raccolto un po’ di diffidenza …
«Sì è certamente difficile a partire dagli aspetti pratici. Essendo un gruppo è molto più difficile coordinarci, a partire dalle prove, alle interviste, ai rapporti con la stampa. Quanto al rock, possiamo dire che il rock non nemmeno un genere, ma una tecnica musicale. Non ci piace essere catalogati, cerchiamo solamente di suonare quello che ci piace, così come lo abbiamo concepito. Semmai ultimamente il nostro modo di fare musica si è evoluto. Se prima eravamo fin troppo opulenti, oggi cerchiamo di essere più lineari e sintetici. Quanto al pezzo presentato è tutto sommato una ballata rock e quindi non è tanto lontano dai canoni dell’Ariston».

Quanto è stato importante per la vostra carriera l’incontro con Dori Ghezzi?
«L’incontro con Dori Ghezzi è stato fondamentale per la nostra carriera. Tutto è nato da un interessamento di Luvi (la figlia di De Andrè ndr) nei confronti della nostra musica dopo aver ascoltato alcuni brani in rete. Dopo essersi complimentata per il nostro lavoro in capo ad una settimana ci ha convocati nella sede della fondazione De André dove abbiamo conosciuto Dori e lo staff di Nuvole e dove abbiamo parlato un po’ dei nostri progetti. Dopo pochissimo ci hanno proposto di entrare nella a far parte dell’etichetta e noi siamo stati ben lieti di accettare, anche perché come persone ci siamo piaciuti e capiti subito e questo deve aver convinto tutti che c’erano i presupposti per una bella e proficua collaborazione».

Che valore aggiunto ha portato al vostro modo di lavorare?
«Lavorare con loro è molto bello e stimolante, perché ci sono dialogo e confronto continui. Si affrontano le problematiche a 360°: non solo musica, ma anche tutto ciò che gira intorno. Non ci sono regole predefinite ogni piccola cosa viene valutata e discussa, cercando di adattare il tutto alle esigenze del momento».

Appena prima di salire sul palco avete dichiarato che avreste continuato con i vostri rispettivi lavori, perché sarebbe stato meglio rimanere con i piedi per terra. Ora che avete acquisito notorietà e sta per arrivare la stagione dei concerti come farete a conciliare le due cose?
«Guarda la nostra idea è di proseguire in questo modo, continuando con i rispettivi impegni lavorativi che ci danno da vivere e cercando di farli convivere con l’attività musicale. Per ora iniziamo con due concerti alla Salumeria della Musica di Milano e al Circolo degli Artisti a Roma. Poi staremo a vedere. Inutile dire che speriamo di poter avere molte richieste. Se così sarà a quel punto valuteremo le nostre priorità e decideremo il da farsi».

L’ultima domanda riguarda il palco dell’Ariston. Voi siete abituati ad esibirvi dal vivo, ma cosa vuol dire calcare quella scena. Vi ha soddisfatto il risultato finale?
«Esibirci dal vivo è la cosa che più ci piace fare e speriamo di poterlo fare al più presto. La nostra ambizione è sempre stata quella di fare concerti di qualità per raccogliere l’apprezzamento del pubblico. Sanremo è un’altra cosa. L’attesa di salire sul palco è stata drammatica. Poi ci siamo sciolti. Il risultato? Siamo contenti che la giuria di qualità ci abbia apprezzato, così come ci soddisfa il quarto posto finale. Francamente non avremmo sperato di fare meglio».

Intervista ed Immagini in gentile concessione di Vincenzo Nicolello.

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