Christofer Nolan esce con un colossal che richiama i grandi film del passato, quelli epici tanto amati dal cinema degli anni 50-60 come Ben Hur e Cleopatra. Quello che a una molto attenta riflessione mi è saltato agli occhi, una vera epifania, è che Nolan con questo film conclude una trilogia non dichiarata ma, a pensarci, ben definita: i distruttori di mondi.
TENET: IL TEMPO
Tenet (2020) racconta di un agente segreto impegnato a fermare la minaccia da parte del futuro di una guerra totale basata sull’inversione temporale dell’entropia. La mente che dirige tutto è il magnate russo Andrei Sator, intento ad unire i pezzi di un misterioso Algoritmo che causerà la distruzione del mondo. Sator non è uno scienziato, ma con i suoi miliardi può finanziare la ricerca. Il motivo è la sua imminente morte per via di un tumore: se non può sopravvivere lui, allora tutti devono sparire. Il fine ultimo non nasce da una necessità di conoscenza, ma dall’impossibilità di accettare la propria scomparsa lasciando che il mondo continui nel futuro.
Il nome Sator, come il titolo Tenet, deriva dal Quadrato del Sator, ossia una ricorrente iscrizione in lingua latina, composta dalle cinque seguenti parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato o in ordine inverso, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra e viceversa.
In età romana la parola Sator era interpretata come la semina operata da Sator ossia Saturno, il dio dell’agricoltura. In seguito, secondo alcuni studiosi teologici il Sator rappresenta Cristo che interverrà con la falce alla fine dei tempi. Per questo possiamo ritenere Tenet il film della trilogia dedicato al distruttore del tempo.
OPPENHEIMER: LO SPAZIO
“Un uomo, un’idea” è l’incipit di Odissea recitato dal bardo, ma potrebbe essere anche quello di Oppenheimer (2023): entrambi individui amanti della conoscenza, di terre inesplorate e mondi da scoprire hanno concepito un’idea di radice positiva per la propria gente. Se lo scienziato trasforma le teorie di fissione nucleare e reazione a catena in un progetto enorme per creare la bomba atomica e far prevalere gli USA, Odisseo concepisce un inganno ingegnoso per far entrare i greci dentro alle mura inespugnabili di Troia. Entrambi lavorano per la propria parte, la loro ideazione porta un vantaggio determinante al proprio popolo. Ciò che li accomuna veramente è la prima parte dell’incipit: “un uomo”. Entrambi infatti fanno per Nolan l’errore umano di non pensare realmente alle conseguenze del loro ingegno: un’idea perfetta per uno diventa la totale distruzione di molti altri. Solo dopo la messa in atto della loro idea e l’affrontare di petto quello che hanno causato (Ulisse con i suoi occhi, Oppenheimer attraverso la visione di un filmato) li atterrisce perché comprendono di essere stati la causa di violenza, morte, distruzione totale di innocenti e bellezza. Il loro viaggio diventa morale ed interiore perché a differenza di Sator, che vuole distruggere senza riuscirci, Odisseo e Oppenheimer devono convivere con l’esserci riusciti. Come se con la devastazione di quelle tre città, Hiroshima, Nagasaki e Troia, anche loro fossero stati annientati. Lo spazio è la cifra scenografica in cui si svolge tutta la trama del film Oppenheimer, a partire dalla sua immaginazione delle teorie, il deserto usato per costruire un’arma e infine le due città giapponesi rase al suolo con tutto ciò che contenevano.
ODISSEA: L’UMANITA’
In Odissea (2026) Nolan costruisce Ulisse, non come un eroe epico, ma come chi si è arreso alle conseguenze. Il pubblico in sala comprende da come parla, dai suoi sguardi, dai molti indizi sparsi durante il film il suo strazio interiore, ma è solo con le scene finali che Nolan mostra chiaramente cosa gli occhi di Ulisse stavano rispecchiando: saccheggi, incendi, sfregi, profanazione da parte dei greci che culminano con la decapitazione di una giovane sacerdotessa del tempio di Atena. Ulisse, forse per la prima volta dall’inizio della guerra, capisce il costo di quella vittoria: la distruzione della propria umanità e la desolazione di chi dovrà portare il peso di tutto questo per il resto della vita.
Se da una parte Odissea è già un titolo esplicativo che racchiude il legame con il poema epico cantato da Omero, riflettendoci bene diventano chiare le associazioni dei due precedenti film con gli altri due celebri poemi: la parola Sator venne anche utilizzata in opere letterarie celebrative dell’impero romano per indicare Giove, padre di Venere e perciò nonno di Enea, la cui fuga da una Troia distrutta viene raccontata nell’Eneide di Virgilio; mentre il momento più toccante e intenso dell’Iliade è il tragico duello tra Ettore e Achille. Quest’ultimo combatte con ira furiosa e rabbia per il dolore della perdita di Patroclo, diventando un personaggio pivotale nella sconfitta dell’antica Ilio. Così come un’America del Nord sconvolta dal dolore per Pearl Harbor ha travolto il Giappone oltraggiando il corpo dei cittadini di Hiroshima e Nagasaki come Achille con Ettore. Ecco quindi che prende vita la trilogia dei poemi epici di Nolan attraverso il racconto di una storia mai esistita, una storia vera vissuta attraverso lo “spazio” (la mente) di uno scienziato, un mito forse accaduto, forse no, che ha segnato la fine di un popolo. In altre parole la fine del tempo, la fine dello spazio e la fine dell’umanità.